Quella che segue è una raccolta di ricordi e pensierini soprattutto per il nostro Shortleg. Purtroppo dal momento in cui ho cominciato a metterli insieme ad oggi sono trascorse parecchie pagine del forum,(ormai classificabili come nuova unità di misura del tempo!), trascorse a revisionare la mia vecchia carcassa che accenna a perdere colpi, per fortuna, non irrimediabili.
Intanto caro Shorty, voglio dirti di condividere pienamente il tuo debole per il Giro. Per me ha rappresentato l'imprinting per lo sport automobilistico. E ti ringrazio per quanto mi hai chiesto, cioè di proporre idee e suggerimenti per tirare fuori da chissà quanti cassetti, foto e racconti riguardanti la nostra corsa. Il tuo invito è per me un attestato di simpatia, che mi fa molto piacere. Però il mio punto di vista non è così dotto e poi non ho grande esperienza in proposito da proporre "improbabili soluzioni". Il Giro l'ho vissuto (anche) attraverso piccolissimi episodi, cose minime rimastemi dentro, come frutto del corto circuito tra la corsa stessa e la vita quotidiana della società di allora; per i sogni e le fantasie che in noi ragazzini suscitava. Questa è la mia modesta cifra. E perciò forse è giusto partire da lì. Ti racconto qualche episodio.
Ad Avola avevo degli zii titolari, proprio nella piazza principale, di un bel negozio di tessuti ed abbigliamento, che faceva angolo col corso, quindi si trovava sul percorso del Giro, in direzione Siracusa. In quegli anni, come ben sai, entravano in commercio le "confezioni"(abiti pronti), che decretarono, un pò per volta la fine dei sarti e dei vestiti su misura. Mio zio vendeva "abiti Marzotto", con tanto di insegna sulla strada. Naturalmente la cosa non era ben vista da tutti, a qualcuno gli rodeva un pò. Viene aprile e torna la festa del Giro. La gente è assiepata sui marciapiedi; cominciano a passare i concorrenti con le loro rombanti auto. E' il turno di uno dei Marzotto. E qui interviene il caso con le sue bizzarrie. Marzotto ha un incidente proprio davanti al negozio; si ferma, cerca soccorsi. La notizia della sua presenza corre immediatamente, e mentre molti cercano di rendersi utili, ma qualcuno con sarcasmo e poco benignamente elabora la sua "diceria dell'untore": " U raggionieri pi' vinniri i vistiti, viriti cchi fa", adombrando segreti accordi tra mio zio e, niente di meno, il conte Marzotto, a fini pubblicitari!
Il Giro come la Targa entrava nella vita della gente anche attraverso episodi minimi.
E per dirti ancora : a casa prendemmo in giro mio fratello per parecchio tempo, attribuendogli la sconfitta al Giro, di Maglioli con la sua Osca. Maglioli si era fermato all'ingresso di Comiso, di fronte a San Biagio dove c'era il rifornimento della Esso, in cerca affannosa di olio per il suo motore. Il sig. Troisi gli porse l'occorrente. Fatto il rifornimento in gran fretta,il nostro pilota si accinse a ripartire. In quel preciso istante mio fratello proferì la frase purtroppo decisiva: "Auguri Maglioli !"
Nelle pagine più recenti accenni ai tuoi ricordi, al tuo essere ragazzino sulle spalle di tuo padre; mentre ti intrufoli tra la gente. Al tuo racconto unisco il mio. A distanza di tanti chilometri, vivevo le stesse emozioni, facevo gli stessi gesti.
Mi rivedo scappare da casa per correre sul sagrato di San Giuseppe, a metà mattinata (con sorveglianza familiare allentata), urlare di gioia al passaggio dei concorrenti. E neanche a farlo apposta risento quel "sordo rancore" per Collins e Giendebien ( per i miei nove anni nome impronunciabile), che osavano tanto contro il nostro idolo: Piero Taruffi.
Nella mia classifica di gradimento secondo assoluto dopo papà!
Ma devo dirti che questo amore fu premiato: anno 1958. Il Giro passa in sordina; è una gara di regolarità. Tuttavia quel giorno non andai a scuola e con un mio compagno andammo a sederci su un piccolo terrapieno che fiancheggiava il tracciato. Proprio lì venivano a fermarsi i concorrenti, e lì si fermarono due grandissimi.
Tutti e due su Aurelia B20: La prima nera, numero 10 di Luigi Villoresi, alto, magro, signorile; la seconda B20 marrone chiaro, numero 12. Dalla macchina scese un signore anziano, ma dal fisico forte, i capelli bianchi, lo sguardo attentissimo, l'espressione quasi severa. Forse era concentrazione o forse chissà, solo un pò di noia. Si mosse a passi lenti in su e in giù in attesa di ripartire. Non guidava lui, ma il suo compagno e con questo parlottò brevemente. Io ed Edoardo incrociammo i nostri sguardi, quasi increduli: Era lui, Piero Taruffi! Lì a tre metri da noi! Sentii dentro di me una spinta irresistibile a buttarmi in avanti, magari per stringergli la mano, ma la buona educazione ricevuta mi bloccò.
Taruffi ripartì e col buon Edoardo restammo incantati e storditi.
Quel giorno Taruffi sorpassò anche il mio buon papà nella speciale classifica!
Il mio Giro è anche quel milite imbarazzato, che, non sapendo come fermare il concorrente che sopraggiungeva ( e che non poteva vedere una vettura in testa coda dietro la curva), non seppe fare di meglio che spianargli l'arma. Il pilota intuì il messaggio nascosto in quel gesto sproporzionato e inatteso e fermò la macchina in tempo.
E poi il Giro generava passione, voglia di vivere e di partecipare, di rendersi in qualche modo attori: In corso Vittorio si giungeva attraverso una salita stretta e una curva a gomito. Un concorrente arrivò sparato sulla curva e non riuscì a chiuderla e a venirne fuori indenne. L'auto puntò verso la porta della tabaccheria di "donna Librata", posta sulla traiettoria d'uscita,la infranse, ma per fortuna fu fermata dai due gradini in pietra, trasformatisi, in quell'attimo, in provvidenziali baluardi. Ad anni di distanza il figlio di "donna Librata", "ca ristau 'mprissiunatu", si mise a correre con lusinghieri risultati!
Non sono raccontini importanti e poco attinenti con la gara in sè, però credo che servano a capire, quanto questa competizione abbia aiutato a superare i primi anni del dopoguerra fatti di stenti e privazioni. Quel periodo non fu proprio una passeggiata.
Ricordo anch'io a sera il rientro dalla campagna di "scecchi" e carretti, una lunga teoria, quasi una processione: la lanterna accesa sotto il carro; il cane legato che seguiva trotterellando, e due poveri vecchi distrutti dalla fatica, nei loro abiti sdruciti, neri e polverosi, (eppure quanta dignità su quei volti!)
E' in mezzo a quella gente che è passato il Giro come un demone benefico, lanciando attraverso i suoi protagonisti un messaggio di speranza. Da qui nasce quel senso di eterna gratitudine per don Vincenzo, che aveva capito proprio tutto!
Pensando a noi e a quanto ci è rimasto dentro di quella lontana esperienza, assolutamente meravigliosa, sarei indotto a credere che forse bisognerebbe ripartire proprio dai ragazzi, suscitando in loro interesse, passione, per una pagina dimenticata della nostra storia recente e spingerli a cercare nel passato familiare tracce concrete di quel tempo, facendoli protagonisti di questa ri-costruzione. In fondo una delle ragioni più nobili del forum è quello di conservare la memoria di eventi straordinari alle nuove generazioni. Perchè non provare?
Forse con l'aiuto delle scuole, dei comuni, facendo leva sul prossimo anniversario della scomparsa di don Vincenzo? E' troppo pensare ad una rievocazione fatta con la gente, senza automobili, affidandosi ad immagini e racconti?
Parliamone, se volete. A presto, Paolo Monello