Reprise du message précédent :
Cari amici del Forum, sulla 17a edizione del Giro di Sicilia, disputato il 4.4.1957 non si può tacere un episodio drammatico che la segnò dolorosamente. Si tratta dell'incidente mortale in cui rimase coinvolto il pilota Luigi Olivari. Gigi, per i familiari e gli amici. Originario di Genova si era trasferito con la famiglia a Cagliari nel '39, dove aveva dato vita ad una attività commerciale con il padre e i fratelli, tutt'oggi esistente.
Nato nel 1907, si era dedicato alle gare automobilistiche a partire dai 44 anni, cioè nel '51 e già padre di 4 ragazzi. Purtroppo la sua carriera fu breve concludendosi appunto nel '57 nel corso del Giro. Ne parlerò un pò a lungo,sia perchè Olivari è un esempio di autentico gentlemen driver, sia perchè la sua scomparsa suscitò in tutto il ragusano, dove avvenne, un grandissimo cordoglio. Erano tempi in cui la pietas valeva ancora qualcosa,specie nei confronti di persone "pure" come dimostro di essere Olivari. Nelle ore, nei giorni che seguirono l'incidente si intrecciarono molte voci,che segnarono anche la mia coscienza di ragazzino di 10 anni. Ma di questo parlerò alla fine.
La carriera di Olivari cominciò con una Fiat 1400, proseguì con l'Alfa 1900 ti e si concluse con la Maserati A6GCS. Ottenne in Sardegna, patria adottiva, alcune affermazioni in gare locali; partecipò alla affollatissima Mille Miglia del '55, piazzandosi al 20à posto assoluto, malgrado noie meccaniche lo avessero tormentato a più riprese nel corso della competizione.
Nel '56 per la prima volta partecipò al Giro senza fortuna. Fu infatti costretto al ritiro. Nel '57 tornò con l'intenzione di ben figurare.
Parì da Palermo alle 3,33 del mattino e per tutto il percorso, fino a Ragusa, raggiunta verso le 10, non ebbe problemi di sorta.
A Ragusa si fermò al controllo e fece rifornimento. Ripartì alla volta di Modica.
Piccola digressione: da Gela in poi la strada era una lunga serie di rettilinei; poche le curve, pochissime quelle lente o insidiose. Da Comiso
la strada prendeva a salire per Ragusa con un tracciato misto veloce. Raggiunta la piana un altro rettilineo di più chilometri consentiva di raggiungere il capoluogo ibleo in pochi minuti. Quindi si scendeva verso l'abitato. Superata Ragusa , fino a Modica (12 Km) c'erano curve e controcurve in discesa secondo un tracciato in pù punti pericoloso.
Modica si attraversava percorrendo "il salone", come i modicani chiamano il corso principale per via delle belle architetture barocche che lo delimitano. A due terzi della sua lunghezza si girava a sinistra imboccando una ripida salita (" a surda" ), zona periferica della città.
Alla sommità della salita due tornantini facili e una chiesetta segnavano l'uscita dall'abitato. Iniziava un lunghissimo rettilineo di oltre 5 Km., che seguiva il declinare del pianoro ibleo verso Ispica e il mare. Alla fine della retta una "S" con la prima a sinistra. Curve lente e piuttosto chiuse. Qui avvenne l'incidente.
Lasciata Ragusa, Olivari si trovò pochi minuti dopo a percorrere quel tratto di strada che gli sarebbe stato fatale.
A rendere le cose più difficili era intervenuto un cambiamento del tempo piuttosto repentino. sole sulle rampe tra Comiso e Ragusa, Nuvolo a Ragusa,pioggia a Modica.
La carreggiata della strada, come tutte quelle del tempo, era caratterizzata anche dalla classica sezione a schiena d'asino, fiancheggiata da due banchine pavimentate con selci di pietra calcarea, già allora consunti ed estremamente viscidi. La pioggia li trasformava con tutto il resto in un percorso estremamente insidioso. Allora si raccomandava di stare attenti a "u sciddicu". Muretti di pietra a secco completavano la "pista", alternandosi, ove d'uopo ai "piccoli italiani" bianco -neri pilastrini tenuti insieme da un superiore travetto: orgoglioso baluardo difensivo posto dal regime ai viandanti lungo le strade "italiche".
Olivari percorse la retta a tutta. Si trovò presto di fronte alla prima curva a sinistra. Probabilmente non la valutò o non la ricordò nella sua esattezza configurazione. Forse ingannato anche dalla pioggia non ne percepì la vera ampiezza. Gigi tentò di inserire la macchina nella migliore traiettoria, (la velocità era molto elevata, frenò, forse fece in tempo a scalare una marcia), ma la bella Maserati scartò a sinistra, investì un paracarro. Olivari ne perdette il controllo. Come impazzita la bella Maserati puntò contro il muro di pietra all'esterno e contro di esso si schiantò. Quindi si impennò in aria e ricadde capovolta sull'asfalto. Immediate le fiamme l'avvolsero in un rogo impenetrabile. Inutile ogni tentativo di recare soccorso. In quei concitati istanti non mancarono gli slanci generosi di spettatori che avrebbero voluto liberare Olivari. Non ci fu nulla da fare.
Su questa ultina drammatica fase dell'incidente vennero fuori voci dettate dallo sgomento, dalla rabbia, dal senso di impotenza che avvolsero le coscienze di tanti, come le fiamme la bella maserati.
Si disse infatti che le persone lanciatesi in soccorso siano state fermate dagli agenti impedendo ogni aiuto.
Se ci lasciamo guidare dall'emozione, come allora accadde,siamo portati a credere che Olivari si sarebbe potuto salvare, ma se all'emotività sostituiamo la ragione ci reniamo conto che a oltre 150 Km orari, in quelle condizioni di assoluta mancanza di difese, l'impatto fu fatale per il pilota e ogni successivo soccorso con ogni probabilità non avrebbe modificato nulla. Tuttavia in tutti noi rimasero un grande dolore e la frustrazione di non aver potuto tentare di sottrarre Olivari ad un destino così crudele.
In suo ricordo fu costruita una stele proprio sul luogo dell'incidente.
Nato a Genova, sardo d'adozione, resta nei nostri cuori come il migliore dei nostri fratelli.
A lui lo scorso anno fu dedicata la rievocazione dell'auto giro della provincia di Ragusa, competizione di regolarità di quei lontani anni, organizzata dall'Automobil club di Ragusa, a 50 anni dall'incidente.
Questo sport meraviglioso purtroppo talvolta si riduce a una mai sopia angoscia.
il monello